Quante volte mi avete sentito ripetere questa domanda, formulata in termini sempre più o meno simili?
“Trent’anni fa un’azianda contava 20.000 dipendenti per gestire il 5% del suo mercato di riferimento. Oggi si è fusa con altre venti aziende a lei simili e gestisce col nuovo Gruppo il 50% del mercato attuale con 5.000 dipendenti. Probabilmente tra 5-10 anni gestirà un mercato ancora maggiore con 1.000 dipendenti e il supporto dell’IA… ma se tutto il sistema segue lo stesso schema, chi acquisterà i suoi prodotti?”
Stamane ho letto un post su FaceBook che risponde con ottime parole al quesito… ve lo ricopio:
“Se l’AI ruba il lavoro a tutti, chi comprerà i prodotti?”
Sotto ogni mio post sull’intelligenza artificiale arriva sempre questa domanda. Cento volte a settimana, in mille varianti diverse.
Ed è la domanda più intelligente di tutto il dibattito sull’AI.
Talmente intelligente che me l’hanno già fatta. Settant’anni fa.
Cleveland, Ohio, 1954. Ford ha appena inaugurato il primo stabilimento motori completamente automatizzato della storia. Un dirigente accompagna in visita Walter Reuther, capo del sindacato dei metalmeccanici americani.
Davanti alle macchine che lavorano da sole, gli fa la battuta del giorno: “Walter, come pensi di farti pagare le quote sindacali da questi robot?”
Reuther non ci pensa due volte. Risponde: “E tu come pensi di farti comprare le auto?”
Settant’anni di papers accademici, conferenze, libri. Non è mai uscita una risposta più affilata di quella di un sindacalista del 1954.
Eppure i robot in Ford sono ancora lì. Le auto si vendono ancora. E il sistema non è mai crollato.
Adesso ci risiamo, in scala dieci volte più grande.
Dario Amodei, capo di Anthropic (l’azienda che ha appena chiuso un round di investimento da 30 miliardi di dollari a una valutazione di 380), prevede pubblicamente il 50% dei lavori white-collar entry-level cancellati entro cinque anni. Disoccupazione tra il 10% e il 20%. Per riferimento, la Grande Depressione del 1933 toccò il 25%.
Jack Dorsey ha tagliato il 40% dei dipendenti di Block usando l’AI come scusa esplicita. Oracle 30.000 persone in un colpo solo. Nel solo primo trimestre del 2026 il settore tech ha bruciato fra 78.000 e 90.000 posti nel mondo.
E Amodei avverte di tutto questo mentre vende l’AI che li fa licenziare. In tv, su CNN, senza pudore.
Se sei arrivato fino a qui probabilmente ti aspetti il “il sistema crollerà”, oppure il “ci adatteremo come sempre, fidatevi”. Non te ne darò nessuno dei due. La domanda merita di meglio.
Quindi rispondiamo davvero. Quattro fronti, in ordine di scomodità crescente.
1-Primo. Il vero cliente non sei tu.
L’80% del fatturato di Anthropic viene da aziende. Stesso ordine di grandezza per OpenAI. La maggior parte dei soldi delle AI generaliste circola tra imprese, non tra persone fisiche.
Microsoft compra modelli da Anthropic. Anthropic compra cloud da Amazon. Amazon compra GPU da NVIDIA. NVIDIA compra wafer da TSMC. È una catena B2B che si autoalimenta.
Anche se tu, persona singola, sei disoccupato, l’economia AI può crescere per anni perché i suoi clienti principali sono altre aziende che usano l’AI per ridurre i costi del personale.
Non è bello, ma è così.
2-Secondo. I ricchi diventano sempre più ricchi. E consumano per dieci.
Quando 100 dipendenti che guadagnavano 50.000 euro l’anno vengono sostituiti da un’AI che ne costa 500.000, il valore creato non sparisce. Si concentra. Va al CEO, agli azionisti, ai proprietari del software.
Hermes ha venduto 15 miliardi di borse mentre il fast fashion brucia magazzini di stock invenduti. Ferrari fa anno record dietro anno record. I jet privati hanno liste d’attesa di tre anni.
Il consumatore di massa si svuota, il consumatore di lusso esplode.
3-Terzo. L’AI deflaziona tutto.
Una macchina cinese di buon livello oggi costa 8.000 euro. Tra cinque anni un’auto fatta interamente da AI ne costerà 3.000. Tra dieci anni magari 500.
Lo stesso vale per cibo, vestiti, elettronica, farmaci, software. Ogni cosa che oggi paghi 100, domani la pagherai 10. Non perché diventerai povero, ma perché produrla costerà zero virgola.
Nel 1900 un contadino americano spendeva l’80% del suo reddito in cibo. Oggi un cittadino medio ne spende il 10%. Stesso meccanismo, scala diversa.
Quindi anche un disoccupato col sussidio minimo dello Stato potrà comprare cose che oggi consideriamo lusso.
4-Quarto. Lo Stato compenserà. E sarà brutale.
Sam Altman lo dice apertamente in conferenze e podcast. Lui lo chiama “Universal Basic Wealth”, ricchezza universale di base. Tradotto dall’altmanese al volgare: ti diamo un assegno mensile e tu non rompi i coglioni.
Non sarà uno scenario distopico in stile film. Sarà uno scenario amministrato.
Ti arriverà un reddito di cittadinanza calibrato sul minimo dignitoso. Comprerai cibo deflazionato a basso costo, contenuti gratuiti illimitati, accesso a piattaforme di intrattenimento all-you-can-eat. La giornata sarà piena, dalla mattina alla sera, di cose da consumare gratis o quasi.
Non sarai povero in senso assoluto. Sarai irrilevante in senso economico. È diverso, ed è peggio.
Perché quando dipendi da un assegno che non hai contrattato, dipendi da chi quell’assegno te lo manda. La libertà di scelta diventa un menu a tendina di tre opzioni preimpostate.
E adesso mettiamo insieme i pezzi.
Il sistema non crolla. Si BIFORCA.
Da una parte la classe dei proprietari. Pochi. Possiedono aziende, brand, immobili, software, IP, reputazioni vendibili. Vivono di rendite, decidono dove va il consumo perché lo creano loro. Sono i nuovi rentier del XXI secolo.
Dall’altra la massa amministrata. Molti. Vivono di sussidi, consumano contenuti gratuiti e prodotti deflazionati, hanno tutto ciò che serve per sopravvivere e zero di ciò che servirebbe per esistere come agenti economici autonomi.
Tra le due categorie c’è una zona grigia destinata a contrarsi. La classe media, quella che ha vissuto 70 anni di benessere occidentale grazie ai lavori d’ufficio, viene compressa. Non sparisce di colpo. Si erode. Lentamente, generazione dopo generazione.
I tuoi figli, statisticamente, saranno o sopra o sotto. Mediamente sotto, perché la matematica è quella che è.
Ed è qui che la domanda dei commenti smette di essere quella giusta.
Perché “chi comprerà i prodotti?” è la domanda del dipendente. Quella che si fa chi sta dall’altra parte della scrivania, aspetta lo stipendio, e ogni mattina si chiede quanto durerà ancora.
L’imprenditore se ne fa un’altra completamente diversa.
Si chiede: “Da che parte voglio finire? Sopra o sotto la biforcazione?”
E qui la risposta è semplice. Per stare sopra, devi possedere qualcosa che le macchine non possono replicare. Un’azienda è una buona opzione, ma le aziende vengono fagocitate dai grandi gruppi a un ritmo che non si era mai visto prima. Un brand fa più resistenza. Un nome riconoscibile, una reputazione costruita, una faccia che il mercato associa a una competenza specifica… quello dura.
Reuther aveva ragione su una cosa. I robot non comprano auto.
Si sbagliava su tutto il resto. Le auto si comprano lo stesso. Anzi, se ne venderanno di più di prima. Solo che il consumatore di domani non è quello di ieri, e la coda davanti al concessionario non è quella che ti aspettavi.
Il libero mercato è una cosa magnifica, e non muore mai. Cambia solo pelle. Ogni venti, trent’anni si reinventa, fa fuori chi era arrivato comodo e premia chi aveva capito qualcosa prima degli altri.
La domanda giusta non è “chi comprerà i prodotti?”.
È: “Tu, dentro questa nuova mappa, cosa avrai da vendere?”. AUTORE: Marco Lutzu