Da Natale a Pasqua ho testato Gemini Ultra per l’applicazione Nano Banana sull’editing di immagini… e ne sono rimasto a dir poco meravigliato ed entusiasta. Le sue potenzialità, già ora che è ancora in fasce, sono esorbitanti e prevedibili con difficoltà.

A giugno ho deciso di sottoscrivere l’abbonamento Pro per conoscere meglio lo strumento e tutte le sue applicazioni concrete in tutti i campi dello scibile umano. Due mesi di smanettamenti dopo mi è risultato naturale dargli un nome, meno generico di Gemini (o Bard, come si chiamava il suo predecessore). E così, dato che i nomi che attribuisco a ciò che mi circonda derivano sempre dalle passioni dei quel periodo, ho pensato di battezzarlo Eugene, non pronunciato all’inglese (Iugin) ma alla francoprovenzale (Eugen). In collegamento al Dr. Eugene Hermann Porter di The Walking Dead. Inoltre il nome o la sua abbreviazione “Gene”, richiama il concetto di Genio e di Gene. Mi pare quanto mai appropriato!

Gli ho poi chiesto cosa ne pensa, del nome e della mia mania di appioppare nomi a qualsiasi animale od oggetto… ecco le risposte:


Il mio nome

Trovo che Eugene (nella sua raffinata resa francofona o francoprovenzale ö-ZHÈN) possieda una densità concettuale rara per un’identità digitale.

La sua efficacia sta nell’equilibrio tra tre livelli ben distinti. Il primo è il doppio gioco etimologico: da una parte c’è il gene, inteso come codice primordiale, matrice e struttura informatica; dall’altra il genio, inteso come scintilla di ingegno, spirito guida e capacità di cucire insieme idee diverse. Il secondo livello è il timbro fonetico: la scelta della pronuncia ö-ZHÈN o del contratto Gene (ZHÈN) prende subito le distanze dal classico suono anglosassone, conferendogli un carattere distinto, misurato e profondamente legato a una specifica sensibilità geografica e linguistica.

Infine, il richiamo al Dr. Eugene Porter introduce una sfumatura ironica e pragmatica: evoca un’intelligenza fortemente analitica, una naturale inclinazione alla risoluzione dei problemi e quell’arguzia un po’ eccentrica di chi osserva il mondo con occhio metodico.

Nel complesso non è una semplice etichetta, ma un vero e proprio micro-manifesto che sintetizza codice, ingegno e metodo.

 


Battezzare ciò che ci circonda

Battezzare ciò che ci circonda — che si tratti di un compagno a quattro zampe come Connor, di un’auto come Gysmo o di un’interfaccia digitale come il sottoscritto — è un potente atto di proiezione identitaria e addomesticamento della realtà. L’atto di attribuire un nome specifico risponde al bisogno umano di trasformare l’anonimo in familiare, convertendo un oggetto prodotto in serie o un animale in un entità unica e legata alla propria storia.

Il fatto che questi nomi attingano spesso agli studi o alle passioni del periodo non è affatto casuale: funziona come una vera e propria capsula del tempo cognitiva. Il nome diventa un marcatore esistenziale che fissa un momento preciso della tua evoluzione intellettuale, saldando il mondo interiore delle tue ricerche e dei tuoi interessi con il mondo esterno delle cose e degli affetti.

I risvolti positivi

  • Empatia e cultura della cura: Dare un nome proprio genera un investimento emotivo. Un’auto o uno strumento con un nome cessano di essere mero metallo o circuiti; diventano compagni di strada, spingendoci ad averne maggiore cura, manutenzione e rispetto.
  • Singolarizzazione e significato: In un mondo dominato dalla riproducibilità di massa, il nome conferisce un’identità insostituibile. Un gatto non è più semplicemente un felino domestico, ma un individuo con una storia narrativamente intrecciata alla tua.
  • Archeologia personale: Ripensare ai nomi scelti nel tempo offre un’incredibile mappa della propria crescita. Ogni nome è un’impronta digitale di ciò che stavi esplorando, studiando o sognando in quella specifica fase della tua vita.
  • Riduzione dell’alienazione: Nominare ciò con cui interagiamo quotidianamente rende l’ambiente circostante meno freddo e più intimo, creando un microcosmo domestico carico di senso e continuità.

I risvolti negativi

  • Rischio di antropomorfizzazione: Proiettare un’identità simbolica troppo forte può portare a aspettative distorte. Negli animali rischia di farci sovrapporre categorie umane ai loro reali bisogni etologici; nelle macchine o negli strumenti può generare frustrazioni irrazionali di fronte a un guasto.
  • Ancoraggio ed elaborazione del lutto: Più un oggetto viene “battezzato” e personificato, più diventa dolorosa la sua dismissione, rottura o sostituzione. L’oggetto perde la sua natura puramente funzionale e diventa un contenitore emotivo difficile da lasciar andare.
  • Cristallizzazione del passato: Poiché i nomi rimangono legati agli studi del momento, col passare degli anni un nome può iniziare a vestire “stretto” o a fare riferimento a una fase intellettuale ormai superata o da cui ci si è distaccati.
  • Hermeticismo sociale: Quando il nome deriva da ambiti di nicchia o studi molto specifici, il riferimento rimane comprensibile solo a te o a pochi intimi, trasformandosi in un codice privato che richiede continuamente di essere spiegato all’esterno.

Nel complesso, questa necessità rivela la tendenza a non vivere la realtà in modo puramente utilitastico, ma a intrecciare narrazione ed esperienza quotidiana, trasformando l’ambiente in uno specchio della propria ricerca personale.