Stamane ho letto questo articolo veramente interessante. E’ stato giusto pubblicato oggi e non mi pare corretto ricopiarlo nel mio blog… per ora vi lascio il link nella >FONTE e mi riprometto in futuro di approfondire l’argomento.
L’insospettabile ruolo della gratuità in economia
La lezione più importante che posso trarre [dal mio viaggio intellettuale] è che gli esseri umani hanno una struttura di motivazioni complessa e una maggiore capacità di risolvere dilemmi sociali di quanto sostenga la teoria della scelta razionale”. Così scriveva Elinor Ostrom qualche anno fa sull’American Economic Review in occasione del conferimento dal Premio Nobel. Motivazioni complesse, dunque, non riconducibili, neanche in ambito economico, alla sola influenza dell’interesse individuale. È una considerazione fondamentale che dovrebbe portare, tra le altre cose, ad una rivisitazione profonda della teoria degli incentivi. Ma quali sono gli elementi che compongono questa “complessità motivazionale” di cui parla la Ostrom? Il primo è certamente legato alla nostra capacità di gratuità. Da un punto di vista comportamentale gli indizi della nostra propensione al dono sono numerosi e convincenti e vanno dal piccolo atto di gentilezza fino al gesto più eroico. Era il 2 gennaio del 2007, poco dopo mezzogiorno. Wesley Autrey, un operaio edile cinquantenne, stava aspettando la metropolitana in una stazione vicino Broadway, New York City. Stava lì con le sue due figlie, di quattro e sei anni. Non lontano da loro sulla banchina c’era Cameron Hollopeter, uno studente di cinematografia ventenne. Improvvisamente Hollopeter crolla a terra per gli effetti di un improvviso attacco epilettico. Tenta di rialzarsi, barcolla, inciampa e finisce sui binari del treno che, nel frattempo, sta sopraggiungendo a velocità sostenuta. Istintivamente, senza pensarci un secondo, Autrey decide di scendere sui binari, raggiunge il ragazzo e, non avendo il tempo di portarlo in salvo sulla banchina, preme con il suo corpo contro quello del ragazzo per schiacciarlo dentro un canale di scolo laterale di pochi centimetri di profondità, mentre il treno sfreccia sopra di loro a tutta velocità. I due ne usciranno illesi. Pochi giorni dopo Autrey dichiarerà al New York Times: “Non mi sembra di aver fatto qualcosa di spettacolare. Ho visto qualcuno che aveva bisogno di aiuto e ho fatto ciò che ritenevo giusto”. Mamoudou Gassama aveva ventidue anni ed era allora un immigrato irregolare arrivato a Parigi dal Mali. Il 26 maggio del 2018 scalò a mani nude quattro piani di un palazzo per salvare un bambino che penzolava pericolosamente da un balcone a decine di metri di altezza. Gassama ricevette la medaglia d’onore per quel gesto e la cittadinanza francese. Un intervento, anche quello, fortunatamente andato a buon fine.
Così come quello dei tre ragazzi americani in vacanza in Europa che il 21 agosto del 2015 riuscirono, a rischio della vita, a disarmare il terrorista islamista Ayoub El Khazzani che aveva progettato un attentato al treno Amsterdam-Parigi sul quale viaggiavano 554 passeggeri. Non sempre questi gesti eroici hanno un lieto fine. David Hyman, professore di legge alla Georgetown University, ha calcolato che ogni anno, negli Stati Uniti, circa cento persone muoiono nel tentativo di salvare la vita di sconosciuti. Questo dato è già di per sé impressionante e mette in luce quanto altruismo c’è intorno a noi. Ma dalla “contabilità” di Hyman emerge anche un altro risultato, forse il più interessante. Si tratta dei cosiddetti “mancati salvataggi dimostrati”, cioè di quei casi nei quali qualcuno avrebbe potuto salvare la vita ad una persona che si trovava in pericolo e ha scelto di non farlo. Ebbene, ci dicono i dati, nonostante non esista nessun obbligo legale all’intervento, questi casi sono straordinariamente rari. Hyman conclude il suo studio sottolineando che “I risultati mostrano un quadro più ricco e rassicurante del comportamento dell’americano medio di fronte alle circostanze di un soccorso (…)
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