Ho letto questo articolo che riporto a memoria e mi sono ricordato di una delle mie più grandi imprese alpinistiche adolescenziali… o follie finite senza conseguenze ma solo con grandi ricordi epici, se vogliamo dirla con altre parole!
Era l’estate 1991 o 1992, devo recuperare in Hoikos a Pianezza foto e diari per essere più precisi. Erano comunque gli anni dove meditavo di divenire guida alpina e/o di prendere in gestione un rifugio del CAI. Con gli amici della Val Pellice avevamo da poco creato il Gruppo Giovanile Alpinistico del CAI-UGET Val Pellice nella sede di Torre Pellice e ci sentivamo capaci di ogni cosa, pur sempre con una grande attenzione alla sicurezza consci che sarebbe bastato sbagliare qualcosa una sola volta.
Ebbene un giorno si decise con Enzo D.L. di fare un sopralluogo al Bric Boucie: salire da Vallinova, Colle dell’Urina, pernotto al Bivacco Nino Soardi e poi, il giorno seguente, valutazione delle vie, dei tiri di corda, del materiale necessario per scalare una delle vette regine della nostra terra: il Bric Boucie. Quindi scendere tranquilli per poi tornare attrezzati con il gruppo di amici.
E invece andò diversamente: alle 20 eravamo al bivacco. La notte si presentava calda, con una stellata pazzesca e una grande luna piena luminosissima. E così ci avventurammo in una salita in libera notturna! Ricordo ancora l’aria che mi trapassava e il pozzo senza fondo che avevo sotto quando attraversai la “schina d’asu”, un passaggio in opposizione su un balzo di roccia di alcune centinaia di metri a strapiombo. Poi gli ultimi passaggi e, tra le due e le tre, la cima! Il silenzio, il vento, il panorama notturno, la firma orgogliosa del diario sotto la croce. Una pennica poco sotto la vetta e poi, all’aurora, la discesa. Una follia. Ma che ricordo! Se le puoi raccontare, le cavolate fatte da giovani sono quelle che rimangono scolpite a fuoco nella tua anima!
L’inaccessibile Bric Bucie
Nel 1876 si svolse una delle prime ascese in montagna documentate, quella sul Bric Bucie. Ripercorriamola insieme a partire dalla testimonianza diretta dei protagonisti.
- Testo e foto di Bruno Usseglio

Nessuno n’avea calcato la sommità
Nell’articolo precedente abbiamo accennato alla prima salita del Bric Bucie. Proviamo ora ad approfondire questa prima ascesa documentata, svoltasi all’indomani della formazione del regno d’Italia, nel 1876.
Lasciamo dunque la parola a Carlo Ratti e Cesare Fiorio, i protagonisti di questa avventura: “Noi, per vero dire, fummo stimolati principalmente a percorrere la predetta valle e le limitrofe, dall’aver addocchiato dal Monte dei Cappuccini una modesta ma ardita punta ergentesi sulla linea di confine, al sommo della valle Germanasca (tributaria del Chisone) e al nodo di partenza del contrafforte che separa questa valle da quella del Pellice. Scorgesi da Torino alla sinistra del monte Cournour, che le sta dinanzi di 5 chilometri, ma di poco sporge la sua testa, sì che non la si può vedere in tutta l’integrità della svelta sua forma. È chiamata punta Boucier sulla carta dello Stato Maggiore Sardo (…)”.
Questo incipit evidenzia la posizione invidiabile e centrale di cui godeva e gode Torino nei confronti della catena alpina: un balcone davvero meraviglioso.
Non solo, ci svela altresì il ruolo determinante degli alpinisti torinesi nel ri-scoprire le vette secondarie piemontesi.
Il pregio maggiore del Bric Bucie “era la nomèa d’inacessibilità”, tanto che “nessuno n’avea calcato la sommità”. Carlo Ratti e Cesare Fiorio pertanto esclamano: “A noi l’onore della conquista”.
La partenza
I due alpinisti partono da Torino il 22 luglio 1876. A Pinerolo si aggregò C. Rossi. I tre proseguono con la diligenza sino a Torre Pellice, poi, con una vettura, sino a Bobbio Pellice, da qui si incamminano a piedi raggiungendo Villanova.
Il giorno successivo, di buon ora, si inoltrano nel vallone Crozena, raggiungono le grangie Crozena, dove scambiano qualche parola con i pastori, quando all’improvviso: “Uno di essi asserisce che è già stato, con grandi stenti, sulla vetta, da nessun altro raggiunta per quanto sappia, e che noi possiamo risparmiarci i rischi e i disagi della salita, giacché da soli non riusciremo. Aggiunge che se non dovesse attendere ai lavori della margaria, egli volentieri ci accompagnerebbe. Gli è come gettar olio sul fuoco; al primo effetto di disinganno succede la reazione. Un nuovo impeto di ardire ci sprona maggiormente a compiere la divisata ascensione senza verun aiuto”.
Riprendono così a salire lungo il sentiero, percorso da “salamandre nere che destano ribrezzo pel loro aspetto e per la loro mossa schifosa” (chissà se questa potrebbe essere catalogata come una fra le prime segnalazioni di Salamandra lanzai).
L’ascesa
Alzandosi di quota, i tre alpinisti incontrano sempre più lingue di neve da superare, fino a quando: “Fatti alcuni passi [il Ratti], scompaio improvvisamente fino al cappello in un buco apertosi sotto il peso del mio corpo. Fiorio che mi segue, tosto mi porge il bastone e mi aiuta a tirarmi fuori infangato, colle tasche piene di neve, e quel che è più indeciso tra il dispetto e la voglia di ridere dell’avventura”.
Verso le ore 9.00 raggiungono il confine con la Francia. Salgono ancora fra detriti instabili e zolle erbose. Evitano un pendio innevato arrampicandosi sulle rocce. Un secondo pendio pare insuperabile se non scavando continui scalini nella neve dura. Cercano un’altra via: “Alla nostra sinistra scorgiamo un piccolo burrone ingombro di massi d’ogni grossezza e forma, li superiamo uno dopo l’altro, lavorando più di braccio che di gamba”.
La progressione della salita viene nuovamente messa in discussione da un muro roccioso, verticale, alto una decina di metri. Con un po’ di fatica, anche questo ostacolo viene superato, ma occorre riprendere fiato: “Con un sospiro ed una goccia di rhum scacciamo l’ansia, da cui fummo sopraffatti in questo scabroso passo”.
Le difficoltà si susseguono, inesorabilmente una dopo l’altra, ma la tenacia e l’esperienza consentono ai tre di continuare verso la vetta. All’improvviso: “Con dolorosa sorpresa poi, scorgiamo poco distante dalle rocce, un piccolo segnale consistente in un bastone impegnato fra due o tre pietre”. Qualcuno li aveva preceduti sino lì, forse il pastore dell’alpe Crozena. Ma la cima era ancora distante.
L’ultima fatica
Gli alpinisti torinesi si slanciano in avanti, ansiosi di toccar finalmente la vetta: “Ma ohimé! Nuova delusione. Il sentiero si restringe dopo pochi passi, e più oltre la roccia orizzontale si confonde colla parete verticale, scoprendo un immane precipizio”.
La meta sembra preclusa? Nemmeno per sogno: “Fortunatamente troviamo subito un ripiego superando un lastrone inclinato, di parecchi metri d’altezza, che ci fa eseguire i movimenti della salamandra”.
Poi, dopo ulteriori passaggi difficili: “Eccoci finalmente sulla vetta. È il tocco. La vista di un grandioso panorama, la soddisfazione d’aver posto termine a tante peripezie e più di tutto il trovar la vetta intatta, vergine da qualunque vestigio umano, rapisce ai nostri petti spossati un grido di gioia”.
Per saperne di più:
Bollettino del Club Alpino Italiano, Torino, anno 1877, pp. 212-237.