Ho dedicato un recente articolo (LEGGI QUI) ai protagonisti raminghi della cultura popolare privi di chioma fluente e barba incolta — una riflessione nata, in prima battuta, da un coinvolgimento del tutto personale.

Rivedendo gli appunti per i “Racconti di Bron ElGram” per definire a fondo il personaggio — il mio alter ego in MondOltre, che da oltre vent’anni siete abituati a vedere con il suo cilindro verde steampunk — mi sono trovato ad affrontare il tema della capigliatura e della barba in relazione all’archetipo che incarna.

Il Bron reale ha oggi 53 anni. A 17-18 anni, cedendo al classico rito di ribellione della mia generazione, ho portato i capelli lunghi; più tardi, verso i 40 e i 50 anni, ho lasciato crescere una barba importante per un anno. Tuttavia, essendo cresciuto con un padre barbiere, i look troppo folti hanno sempre avuto vita breve. Il lavoro agricolo e nei cantieri mi ha insegnato la praticità dei capelli corti, mentre l’ingresso nell’esercito a vent’anni ha trasformato la rasatura quotidiana e il taglio militare in una routine incrollabile. Negli ultimi cinque anni, infine, una fisiologica stempiatura mi ha spinto ad accorciarli ulteriormente.

Da qui la mia domanda: quali sono gli aspetti psicologici e sociali dell’invecchiare con i capelli quasi a zero e il viso sbarbato o con una barba di due o tre giorni? Se la saggezza popolare viene quasi sempre associata alla barba lunga e bianca del vecchio saggio, che tipo di storia racconta chi sceglie l’essenzialità?

La lettura di diversi articoli e sintesi di testi sulla questione mi ha portato a definire questa risposta:
La saggezza associata alla barba lunga e bianca appartiene all’archetipo classico del saggio contemplativo o del patriarca, la cui barba incontaminata misura il tempo accumulato nella riflessione stanziale. È un’iconografia potente, ma descrive una saggezza prevalentemente statica.
Invecchiare con i capelli rasati o brevissimi e il viso pulito o con una barba essenziale di pochi giorni incarna invece un archetipo completamente diverso: la saggezza pragmatica, dinamica e funzionale.
Dal punto di vista psicologico e sociale, questo approccio porta con sé dinamiche molto nitide:
  • L’accettazione dell’essenziale: Accogliere i cambiamenti fisiologici, come la stempiatura, tagliando corto senza cercare di nascondere o compensare, è un forte segnale di autoconsapevolezza e pragmatismo. È il rifiuto dell’artificio estetico in favore della chiarezza della propria immagine.
  • La disciplina come ancoraggio: La routine del rasoio e del taglio corto — radicata nel rigore quotidiano e nell’efficienza — trasforma la cura personale in un rito di presenza mentale. Mentre una chioma o una barba folta possono talvolta funzionare come un’armatura visiva, il viso scoperto ed essenziale comunica trasparenza, prontezza e sicurezza.
  • Percezione di energia e lucidità: Nel contesto sociale, l’uomo maturo dall’aspetto essenziale non proietta l’idea del venerabile recluso, ma quella del custode attivo e focalizzato. Trasmette un’idea di lucidità mentale, vitalità e capacità operativa che la società associa istintivamente alla concretezza.
Nella cultura popolare e nel mito, se il vecchio barbuto è il saggio che attende sulla cima della montagna, il protagonista ramingo dal taglio essenziale e dalla barba rasata è colui che la strada la percorre ogni giorno. È la figura che sceglie la leggerezza del bagaglio e la prontezza d’azione, dimostrando che l’esperienza non ha bisogno di essere esibita come un mantello di pelo bianco, ma si rivela nella compostezza del gesto e nella nitidezza dello sguardo.