Cenni storici

Per molti versi la filosofia zen non è altro che una rivisitazione della religione induista.
Sin dalle origini l’induismo introduce concetti come atman (la scintilla divina in noi), moksha (liberazione o illuminazione), samsara (il ciclo della reincarnazione). La religione induista contempla l’esistenza di divinità e attribuisce ad esse le fondamenta della sua filosofia, ma a parte questo aspetto il messaggio è il medesimo dello zen: la mente è succube dell’illusione dei sensi, che la inducono a credere in una realtà effimera (maya). La non-esistenza della realtà non si limita agli oggetti del mondo materiale, ma si riferisce soprattutto alle convenzioni mentali e sociali. Tutto è illusione: il concetto di sè, i nostri valori, il bene, il male e qualsiasi sistema filosofico. Da qui la contraddizione: l’induismo afferma che la mente umana deve liberarsi del gioco delle convenzioni mentali, per uscire dalla ruota del samsara e raggiungere il nirvana, comprendendo che tutto è illusione, tutto è vuoto (dhyana). Ma se le cose stanno davvero così, anche l’induismo è un’illusione, e credere in esso diventa un ostacolo alla liberazione stessa!
In altri termini: se l’io è un’illusione, come possiamo raggiungere il nirvana? Se io non esisto, chi raggiunge l’illuminazione?

Buddha risolve il problema rinunciando all’illuminazione. Comprende che il nirvana stesso è un’illusione perché non c’è niente da raggiungere … è già tutto qui ed ora!
In quel momento, rinunciando a cercare il nirvana, Buddha raggiunge l’illuminazione. A tal proposito il buddismo mahayana afferma: “ciò che non è mai sorto non deve essere annientato”.
Il buddismo è una sorta di negazione dell’induismo che, siccome “funziona”, dimostra la validità dell’induismo perfezionandolo e superandolo. Non servono più divinità, regole e precetti, non c’è nemmeno uno sforzo da compiere. Basta solo rinunciare ai desideri, smettere di cercare la via ed essa apparirà dinanzi a noi. Si tratta di un’esperienza mistica, non trasmettibile verbalmente. Secondo alcuni testi Buddha non disse mai una parola sulla natura del nirvana, e se interrogato a riguardo manteneva un “nobile silenzio”.
Il buddismo si differenzia dall’induismo soprattutto per due motivi: assomiglia più ad una filosofia piuttosto che ad una religione; fornisce regole, metodi e rituali per aiutare il praticante a raggiungere il Nirvana (esempio: il nobile ottuplice sentiero). Ciò può apparire in contrasto con l’insegnamento del Buddha, per il quale non c’erano sforzi da compiere, ma non basta dire “rinuncio al nirvana” per raggiungere l’illuminazione. Occorre trovarsi in uno stato di purezza fisica e mentale, non avere altri attaccamenti, non produrre karma (né positivo né negativo), aver compreso il vero significato della vacuità ecc. Da qui l’esigenza di una pratica di vita quotidiana e regolare, alla quale il praticante buddista deve attenersi per essere in grado di smettere serenamente di desiderare. Del resto non è facile riuscire a smettere di avere desideri, perchè ciò significa liberarsi anche dal desiderio di non avere desideri.

Molti aspetti della dottrina zen derivano dal taoismo, come ad esempio l’impossibilità di esprimere attraverso un qualsiasi simbolismo, mentale o verbale, la verità ultima. A tal proposito Lao Tzu diceva “Il Tao di cui si può parlare non è il vero Tao”, ma la frase originale può anche essere tradotta come “La Via da percorrere non è una via immutabile”.
Il Tao è per molti versi sinonimo del termine induista dhyana, che indica il vuoto pre-concettuale, non esprimibile, che viene prima di qualsiasi divisione dualistica e perciò rappresenta la verità ultima. Secondo il taoismo dall’Uno (il Tao) nascono due (Yin e Yang), da due nascono tre (Tai Chi, Yin e Yang) e da tre nascono mille cose. Ciò significa che tutta la realtà dei sensi (maya) nasce dalla mente duale, nel momento in cui essa cerca di descrivere il mondo attraverso categorie e concetti. In realtà tutto è unito, non vi è distinzione tra soggetto e oggetto, bene e male, uomo e ambiente, vuoto e pieno. L’illusione dei sensi separa il mondo in categorie per motivi pratici, ma è saggio agire “come se il mondo fosse diviso”, mantenendo la consapevolezza dell’unione tra tutte le cose. Scopo del Tai Chi, la via del Tao, è proprio quello di tornare all’unità originale, sorgente di ogni concetto, abolendo ogni dualismo.

Dall’incontro sincretico tra il taoismo e il buddismo nasce il buddismo zen, che cerca di recuperare l’esperienza del Buddha senza fornire regole o precetti, poichè qualsiasi metodo di lavoro formalizzato è un ostacolo al lavoro da compiere. Si potrebbe immaginare (è solo un mio volo pindarico) che lo zen nacque il giorno che un monaco taoista e un monaco buddista si trovarono a confrontare la propria esperienza, capirono di parlare della stessa cosa ma non trovarono alcun modo verbale di comunicarlo, così dissero: “è quello”.
Lo zen offre un’illuminazione a portata d’uomo, semplice e quotidiana, che per molti versi assomiglia alla capacità di vivere il qui-ed-ora. Il risveglio zen (satori) può essere raggiunto coltivando il giardino, facendo sport o semplicemente lavando i piatti. Lo zen abbandona le regole ascetiche del buddismo e propone un’illuminazione naturale, che rimane comunque mistica e non trasmittibile. Anzi: lo zen pone l’accento proprio sull’impossibilità di parlare di se stesso e cerca il controsenso in ogni affermazione, per cercare di smontare gli schemi mentali (in quanto perennemente fallimentari). Nonostante il fondamento mistico e informale, lo zen subisce la stessa sorte di qualsiasi ideologia o religione.
Col passare dei secoli molte famiglie affidano i propri pargoli ai monasteri zen, e dall’esigenza di tenere a freno i giovani irruenti nascono alcune pratiche rigide ed ortodosse, come ad esempio la meditazione seduta, la trasmissione scritta degli insegnamenti e l’uso del bastone per indurre il satori.

La pratica dello zen

Se chiedete ad un praticante dello zen di descrivere lo zen vi darà che è impossibile. Se domanderete perhé è impossibile descrivere lo zen, risponderà che siete in errore. Se insisterete ancora sorriderà e manterrà un “silenzio tuonante”. In quel momento vi avrà spiegato cos’è lo zen. Si potrebbe dire che le altre filosofie mirano a raggiungere l’illuminazione come colui che cavalca un bue alla ricerca del bue. Non si può trovare la mente usando l’intelletto. Lo zen cerca di insegnare a scendere dal bue, smettere di sforzarsi e praticare il vuoto. Ma raggiungere lo stato di non-mente non significa restare in una condizione di beata ignoranza, né lasciarsi andare ai propri istinti emotivi. Lo zen cerca il punto d’equilibrio tra una mente colma di concetti (la conoscenza consapevole) ed una mente vuota di concetti (ignoranza). Per questo motivo non esistono affermazioni positive dello zen, ma solo affermazioni negative: procedendo per accumulazione, comprendendo tutto ciò che non è zen, il seguace della dottrina può raggiungere il proprio satori.
A tal proposito Alan Watts ha scritto:
“Il nostro problema è che il potere del pensiero ci pone in grado di costruire simboli indipendentemente dalle cose stesse. Questo implica l’attitudine di creare un simbolo, un’idea di noi stessi prescindendo da noi stessi. Poiché l’idea è tanto più comprensibile della realtà, il simbolo tanto più stabile del fatto, noi impariamo ad identificarci con la nostra idea di noi stessi […] lo zen pone in rilievo che il nostro prezioso “io” è solo un’idea, abbastanza utile e legittima se vista per quello che è, ma disastrosa se identificata con la nostra vera natura”.

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